Le Vie dei Canti e le visioni delle donne

Sulle tracce degli aborigeni australiani, sono entrata da Feltrinelli e ho comprato 10 canoe e le Vie dei Canti.
Il personaggio Bruce Chatwin mi era sempre stato antipatico, perciò di lui non avevo mai letto niente. Ora, però, era arrivato il momento.
Inizio a leggere: libro scorre senza intoppi. Lo mando giù come mi era capitato solamente con Dona Flor e i suoi due mariti. Non che lo trovi una gran lettura, però è piacevole: un sacco di gente che compare e scompare e ogni tanto qualche notizia da annotare sull’Australia e sulle popolazioni nomadi di mezzo mondo. Chatwin non è mai lì dove si trova il suo racconto. I luoghi che vede, le persone che incontra sono solo sabbia che scorre tra le sue dita. Un uomo così non è una persona di cui ci si può fidare, penso. Poi piano piano inizio ad abbandonarmi ai suoi pensieri. Per essere antipatico è antipatico, però inizio a fidarmi di lui. Ha un’intelligenza pronta, cattura molti dati interessanti, poi scivola via. Te li mostra, poi guarda fuori, dopo qualche pagina ci torna su, parlando d’altro e piano piano tesse delle reti e la realtà assume un colore nuovo.
Il mio segnalibro pieno di stelle è a pagina 203. A pagina 159 ho iniziato ad agghindare il libro di post-it colorati. Alcuni dei pensieri di Chatwin, chiariscono i miei e non voglio perderli. Pagina 159, dicevo, lì compare un’idea così semplice da lasciarti l’impressione di essere vera. Gliela suggerisce Arcady, il suo compagno di viaggio. Arcady è un australiano di origine russa, buono e generoso. Non ci sono motivi per dubitare di Arcady. Tempo prima Arcady aveva regalato a Chatwin le Metamorfosi, Chatwin legge quel libro durante una pausa del viaggio, e annota:
Lessi di Giacinto e Adone; di Deucalione e del Diluvio; degli “esseri viventi” plasmati col tiepido fango del Nilo.Poi, pensando a ciò che ora sapevo delle Vie dei Canti, mi venne in mente che la mitologia classica, nel suo insieme, potrebbe rappresentare le vestigia di una gigantesca ” mappa del canto”, e che tutte le scorribande degli dei e delle dee, tutte le caverne e le sorgenti sacre, le sfingi e le chimere e tutti gli uomini e le donne che divennero usignoli o corvi, echi o narcisi, pietre o stelle, potrebbero essere tutti interpretati in termini di geografia totemica.
E’ come prendere la nostre radici che vagavano nell’aria e rimetterle nella terra. E’ come riunire il cielo e la terra e fare dei nostri miti, che tanta cultura legge solo come archetipi persi in un mondo immateriale, qualcosa che non separa la Terra su cui viviamo dal ciò che si agita dentro di noi.
A pagina 168 è nuovamente Arcady a svelare un segreto.
Arcady tacque per qualche secondo, poi, quando ebbe ripreso il controllo di sé, cominciò a spiegargli con calma e buonsenso (…) [che] la differenza stava nel modo di vedere le cose. I bianchi, per adattare il mondo alla incerta visione del futuro, continuavano a cambiarlo; gli aborigeni dedicavano tutta la loro energia mentale a mantenerlo come era prima.
Con il mio caro professor Nkafu, studiando la religione tradizionale africana, ho imparato come per comprendere un popolo bisogna penetrare nella sua concezione del tempo. Ancora una volta ne ho avuto una riprova.
Ma la cosa che più sta lavorando nella mia mente, Chatwin la dissemina un po’ in tutto il libro. In una terra così vasta, vuota come l’Australia, si può essere ciò che si vuole. Ed uomini e donne sono messi alla prova da questa libertà. Gli uomini ne sono sopraffatti, e quelli che riescono ad utilizzarla per vivere secondo la loro natura, devono ricorrere a qualche forma di disciplina. Le donne, invece, in questa libertà riescono a sentirsi appagate, non tutte, ma alcune ci riescono e mostrano al mondo il loro sorriso, divertite. Jobst, il mio mentore, come lo chiamo, il mio maestro Shambhala, mi ha parlato delle Daikini. Entità femminili, fatte di spirito o di carne, buone o cattive che siano, che vivono questa libertà. Mi ha detto: ” Voi donne a volte siete così libere!”. E la mia mente pensava “Accidenti! E’ vero! Non abbiamo bisogno di tutte quelle strutture che si danno gli uomini, eppure abbiamo una visione di noi come esseri naturalmente volti alle piccole e pratiche incombenze della vita… Crediamo che, visto che facciamo i figli, abbiamo anche, per natura, la propensione ad accudirli dentro un rigido rituale fatto di orari certi e abitudini che si ripetono…. anche se la cosa ci avvilisce, ci sentiamo in pace con il nostro senso del dovere solo se ogni giorno ripetiamo tutta una serie di incombenze. E pensiamo che gli uomini siano per natura volti alla ricerca di altro che non sia il quotidiano: la guerra, le gesta, l’avventura…”
E’ strano parlare in questi termini, ma penso che certe strutture mentali esistano. La certezza che gli uomini e le donne siano fatti in maniera differente, si va a incastrare con una visione del ruolo sociale, che quando diventi madre si impossessa di te. Invece credo esista qualcosa di terribilmente audace nascosto nel cuore delle donne, che coniuga la necessità di essere utili con quella di seguire le proprie visioni.
Anche questo blog, e tutti i miei blog, non sono che questo. A piccoli passi mi muovo spinta da questa da questa necessità: essere utili al prossima, al mondo che è fuori inseguendo le mie visioni.
Pubblicato per la prima volta su Paola Pavese
Gomorra

Ieri ho visto Gomorra. Quando sono uscita dal cinema mi sentivo male, mi veniva da vomitare. Per tutta l’ultima sequenza ho sentito questa nausea, non ce la facevo più. Loro andavano in moto, sicuri di fare finalmente il loro primo morto e io avevo paura che sarebbe stati loro a morire. Mentre la strada si faceva sempre più stretta, ad ogni sobbalzo, ad ogni cunetta presa dalla moto, mentre andava verso il mare, mi veniva da vomitare. Uno dei due era così magro, avevo un corpo così fragile che il pensiero che qualcuno potesse fargli del male mi sembrava davvero contro natura, qualcosa che andava nel verso contrario a quello naturale degli eventi, un pensiero nauseante, rivoltante. Il ragazzo magro, con la coca in corpo, qualche scena prima, davanti a quello stesso mare, aveva ballato come solo un ragazzino può fare. I ragazzini vivono fermando il presente. Loro hanno il diritto di farlo, ma se tutto il mondo che hanno intorno vive come se contasse solo ciò che vive in quell’istante, davanti ai loro occhi, dentro le loro vene, allora tutto può succedere. Io amo Napoli per la vita che c’è nella gente, nelle pietre, nel mare, nella terra, ma ad ogni respiro senti come la vita non si fermi mai davanti alla morte, come il confini sia intangibile. Ora sei vivo, ma quello che succede se giri l’angolo non lo sai. E tutti stanno in allerta e sono più vivi che in ogni altro posto che io abbia conosciuto, ma c’è qualcosa che non torna, una tensione mortifera. La prepotenza feroce e la più nobile cortesia nello stesso luogo, nello stesso istante e senti che la prepotenza, ai punti sta vincendo.
Vortice

Pubblicato la prima volta in Diario Fotografico di Paola Pavese
Sono passati tanti mesi, più di un anno. Di loro qualcosa ho capito. La loro mente è veloce, la risposta immediata. I desideri corrono determinati, si intrecciano, si scontrano, si abbracciano. Sono vivi.
Da prima li ho guardati. Io non sapevo dove andare, loro avevano una direzione, un cammino chiaro davanti agli occhi. Poi ho iniziato seria e commossa a lavorare con loro, l’unica autorità che riconoscevo. Poi con loro ho cominciato a provare allegria. A me piace essere lì dove si combatte, con una visione chiara ma quanto può essere chiara la visione in una battaglia ? Con loro ho imparato proprio questo, di me. Essere lì dove la vita c’era, e se era battaglia essere nella battaglia, se era noia essere nella noia: la vita per me era questo e ora, a metà della mia vita la vita sono pronta a viverla.
I BARBARI. Saggio sulla mutazione. Di Alessandro Baricco
Pubblicato per la prima volta su Haruki Murakami, per me
Ve l’avevo detto, io non leggo romanzi, leggo saggi. E “I Barbari” è un saggio, ma con tutti i difetti del romanzo e del saggio messi insieme: un saggio scritto da uno scrittore. Mia sorella direbbe che è il tipico libro scritto da un italiano. O meglio, non so se lei lo direbbe, ma mi sono venute in mente le sue parole mentre lo leggevo: non riesco più a leggere libri scritti da italiani…Perché credo che Baricco qui mostri uno dei tratti più fastidiosi dell’intellettualità italiana: una prevedibile presunzione. Che ti puoi aspettare da Baricco? la presunzione, e lui non ti delude. Detto questo, il libro di Baricco, proprio tramite la sua prevedibile presunzione, mentre lo leggi e dopo che hai finito di leggerlo, lavora dentro di te. Il suo tratto più eloquente, quella prevedibile seduzione attuata con la presunzione, ormai limata dal passare degli anni, è il suo grimaldello. Lui tenta di sedurti con le sue teorie e in parte ci riesce, in parte gli risesti. Per sedurti ha usato una prosa sufficientemente chiara per poterti catturare e sufficientemente oscura per poterti trattenere. Oscura in ciò che omette, in ciò che tralascia e che stende un velo ancora più seducente sulle sue idee. Perché parlo di questo, invece che delle idee che nel saggio Baricco enuncia e ripete, nasconde e chiarisce? Non lo so bene. Forse perché questo gioco che lui fa con il lettore è più importante delle idee di cui parla, forse perché in questo gioco è svelato molto più di quel fastidio che in un primo momento induce. Baricco parla di mutazioni, di come i prodotti culturali e i luoghi in cui questi vengono distribuiti stiano mutando. Lo fa ricucendo, per non dire rubando, una serie di idee che vengono da altri luoghi, da fonti che fa intravedere ma che non cita mai. Scrive come se stesse fornendo una teoria interpretativa del reale, mentre in relatà parla di una piccola fetta di realtà. Lo dice all’inizio:
” Ci sono alcune cose che mi va di capire, a proposito di quel che sta succedendo qui intorno. Per “qui intorno” intendo la sottilissima porzione di mondo in cui mi muovo io: persone che hanno studiato, narratori, gente di spettacolo, intellettuali, cose così. Un mondaccio, per molti versi, ma alla fine è lì che le idee pascolano, ed è lì che sono stato seminato. Dal resto del mondo ho perso contatto un sacco di tempo fa, e non è bello, ma è vero.”
Dunque Baricco parla del suo piccolo pezzo di mondo, della zolla di terra su cui sta seduto, perché la ritiene una zolla significativa: partendo da lì è sicuro di avere le chiavi che gli apriranno l’accesso a quel nuovo mondo che da qualche parte ha letto che si sta formando, o che già vive.
Bene, credo che questo gioco che ogni intellettuale che abita la mia stessa zolla di terra fa, non possa funzionare, non può funzionare fino in fondo. Guardando dal buco della serratura dello sgabuzzino in fondo al corridoio non puoi vedere i fiori del giardino, né i coltellacci in cucina. E’ inutile: anche se origli i discorsi dei grandi, nascosto sotto le coperte del tuo lettino, anche se ti avventuri e cerchi di spiare tua sorella che si fa il bagno nella vasca, non potrai capire più di tanto il mondo che ti aspetta.
Ma Baricco lo fa. Almeno lui lo fa. E quindi anche in italiano abbiamo un compendio su cosa la borghesia di sinistra della periferia dell’impero pensa che stia succendendo nel ventre molle della Terra. Ed è interessante. Lui dice che nella nuova era la gente, ormai stanca di procedere all’esplorazione delle profondità delle cose, visti i pericoli che si corrono e che l’Occidente ha corso con le guerre e le rivolzioni, visto il dolore che si genera, cerca di collezionare esperienze non troppo invasive, tanti piccoli momenti di luce, per formare una tessitura che possa dare un senso alla vita.
Quel che dice Baricco dopo aver letto di fisica e di Google è tutto vero, è tutto nella realtà, eppure non è la Realtà, non è la Teoria Unica del Reale, non spiega la Storia. Come ogni bravo studioso di letteratura e di musica e di ogni qual si voglia prodotto culturale, lui piega la Storia, la distorcie, la saccheggia, non la rispetta tutta quanta, perchè tutta quanta non ci sta dentro la sua teoria, che pure è importante. Dimentica quel che aveva detto all’inizio “Dal resto del mondo ho perso contatto un sacco di tempo fa, e non è bello, ma è vero.”
Cosa c’entra Murakami con tutto questo? Non lo so bene, ma qualche cosa c’entra. Murakami e Terzani sono i miei compagni di viaggio per ciò che attiene alla parola scritta. Parlano di mondi differenti tra loro: uno guarda dentro, l’altro guarda fuori, ma lo fanno in modo onesto. Se devono sedurre qualcuno, non credo che lo facciano, o l’abbiano fatto, utlizzando carta e penna o dita e tastiera. Questo gli permette di essere un po’ più onesti. A mio avviso molto più onesti. E l’onestà è importante quando vuoi capire, che tu lo faccia raccontando una storia o prendendo di petto la Storia e raccontandola per filo e per segno così come te la vedi scorrere davanti.
VORREI SENTIRMI A CASA

Vorrei sentirmi a casa. Vorrei vivere le mie giornate dentro un caldo, fresco involucro.
Una casa.
Vorrei sentire le strade che guardo casa mia. Vorrei che le persone intorno a me mi fossero famigliari. Vorrei che parlassero una lingua che riconosco come mia. Vorrei essere un essere umano accolto come tale da altri esseri umani, in un ambiente costruito da tutti noi.
Un essere umano: un essere naturale che vaga cercando di portare fuori ciò che ha dentro, senza venire meno alla sua natura.
Vorrei vivere un luogo che non fosse troppo pulito, o troppo sporco, troppo ordinato senz’altro no. Un luogo dove ci fosse posto per ciò che siamo e non solo per ciò che dobbiamo fare. Roma un tempo era la mia casa, e Trionfale la mia cameretta. Devo con pazienza ricostruire il mio legame con questa città ed i suoi abitanti, fuori dal triste quartierino dove me ne sono andata ad abitare. Devo farlo. Uscire la notte per le strade del centro. Andare la mattina al mercato di Trionfale e di giorno a di sera costruire con Bachcu e tutti gli altri stranieri di questa città sgambetti e trabocchetti per chi crede di sapere come Roma debba imbellettare la sua faccia per bene.
…E poi andarmene a fare kendo con chi quei trobocchetti verrà a stanare!
Se sentissi mia questa città, mio questo mondo, sarebbe più facile. Sentirei di avere diritto a dire la mia, a combianarne delle mie, a fare qualche guaio e a compiere anche gesta da ricordare. Potrei vivere.
Viaggio a Reggio Emila: La Tigre e Il Melarancio


La Fatina della rete in difficoltà: il caso www.harukimurakami.wordpress.com

A luglio, credo, ho creato un sito che voleva essere un diario di lettura dei romanzi di Haruki Murakami. Avevo appena finito di rileggere per l’ennesima volta il primo capitolo di Dance Dance Dance e ne avevo tratto tutta una serie di considerazioni. La lettura di quel romanzo aveva creato dentro di me come un precipitato di tutte le letture, le suggestioni che da lungo tempo andavo collezionando.
- Il Giappone, che avevo consciuto tramite il Kendo, quello teorico delle parole dei Mestri e quello tangibile di Minami che ti salutava prima di tornare a Fukuoka con con le mani che abbracciavano le tue mani e quello struggimento leggero e profondo nei suoi occhi dentro i tuoi. (Niente di sentimentali, che vi credete! Era solo che finiva la sua vita europea e andava a cercare lavoro a casa sua. Andava a sposarsi a fare bambini, una vita si chiudeva e un’altra cominciava.)
- Il buddismo che legge il mondo con la chiave dell’ineterdipendenza e della responsabilità, che mi aveva affascinata, conquistata sin da quando avevo letto La fatttoria biologica di Masanobu Fukuoka (ancora Fukuoka, che strano, non me ne ero mai accorta…). Avevo comprato quel libro per trovare ricette imprenditoriali, all’epoca ero dedita al ripiegamento tattico nel terzo settore, e mi ritrovavo tra le mani una visione dell’universo. Dopo la lettura di quel libro ho cercato su internet cosa ci fosse di buddistico a Roma e ho trovato un Lama francese a due passi da casa mia. Due passi. Sono stata nel suo sangha qualche anno, ci sono stata bene, si respirava un’aria di grande libertà, di sperimentazione. Poi è finita, ma il concetto di interdipendenza è rimasto nella visione che ho del mondo.
- E poi le letture, faticosamente portate avanti e ancora nebolose sulla relatività, sulla fisica quantistica, sul tempo, sullo spazio, sull’Universo in espansione e sulle sue leggi autoprodotte.
- E le mie esperienze, le mie difficoltà a trovare un posto nel mondo, un posto che sentissi mio, in cui mettere radici per poi andare avanti.
Tutto questo era presente, era, Dance Dance Dance. Quando ritrovo i miei pensieri, la percezione che ho del mondo nella mente di un altro, nei suoi atti, nel suo essere riuscito a combinare qualcosa di buono - Diamine! ha scritto un libro, un bellissimo libro, tradotto in tutto il mondo, partendo, in parte, dai pensieri che ho anch’io, che ci rendono difficile e così interessante la vita in nostra compagnia! - Quando ritrovo tutto questo, dicevo, provo una grande gratitudine e un grande senso di liberazione, un’allegria che mi dà la possiblità di metermi a lavoro. E così ovviamente ho fatto un sito: Haruki Murakami, per me
Quello che segue e il post che ho pubblicato ieri note sul sito.
Ok, non sono stata ai patti, non ho scritto nulla su Dance Dance Dance Ho lasciato che passassero settimane e non ho scritto nulla. Forse non avevo voglia di fare il lavoro certo- sino che mi ero propo- sta. Un capitolo a setti- mana: rileggere, sottoli- neare, chiosare e trar- ne delle annotazio- ni. Una parte di me lo sentiva come un noioso esercizio di presunzione. E poi c’è stato altro.Presa dalla foga della fan neofita mi sono fiondata in libreria e ho comprato un altro romanzo di Murakami, contravvenendo a due, preziose, regole. Una me l’ ero data io stessa: la prima lettura andava fatta sui volumi delle Biblioteche del Comune di Roma, emerita istituzione che mi fa sentire cittadina di una repubblica socialista sovietica. Migliaia di volume a disposizione, gratuitamente, di chi li vuol leggere. Lettura gratuita, dunque, e che impedisce qualsiasi intervento di penna o matita sul volume. Lettura di immersione. La seconda regola, non mia, ma che forse il buon senso doveva suggerirmi, era quella di far passare un po’ di tempo, di dare un po’ di respiro perché Dance Dance Dance si sedimentasse nei miei pensieri, prima che un nuovo romanzo cercasse di trovare spazio nella mia mente.
Dunque, lettura azzardata di un nuovo romanzo: La ragazza dello Sputnik.
Nel nuovo romanzo non c’era nulla da sottolineare. L’ ambientazione, glamour, era deludente, eppure… Non ho mai letto niente di più triste. Niente che mi riportasse con simile precisione al nodo della mia tristezza: la solitudine, la condanna ad una solitudine che può essere guarita da un solo essere vivente, unico, preziosissimo esemplare della razza umana che sa radicarci alla realtà, che ha il dono di aprirci alla vita.
La lettura de La ragazza dello Sputnik mi ha lasciato in uno stato di prostrazione che in agosto, io, non posso permettermi. Agosto lo passo a Roma, da sola, completamente sola. Ho deciso quindi di tenermi lontana da qualsiasi cosa fossa riconducibile a Murakami e di buttarmi nella lettura di Tiziano Terzani. T.T. è una compagnia che mi rasserena. Leggere i suoi libri è per me come starmene al caffé a sentire i racconti eccessivi di un uomo dominato dalle sue passioni eppure estremamente onesto, sincero e dotato di un amore per la vita che può curare qualsiasi mia evaporazione.
E qui arriviamo al punto.
Da sempre soffro di un fenomeno che quando ero piccina era un vero e proprio disturbo di percezione spazio temporale. All’epoca lo chiamavo Velocite. Mi succedeva invariabilmente quando mi trovavo da sola, mi sentivo sola. Era un sensazione che si insinuava dentro di me e da cui nelle prime fasi potevo uscire con le mie sole forze, ma che in un secondo momento non riuscivo più a controllare. Allora dovevo ricorrere a mia sorella. A volte bastava la sua voce, a volte era necessario che mi prendesse la mano, che mi sfiorasse un braccio. La Velocite era una sensazione paurosa ed affascinante. Ciò che accadeva intorno a me, da prima al mio esterno, poi nei miei pensieri, diventava contemporaneamente molto veloce e molto espanso, lento. Le sensazioni tattili mi rimandavano la percezione che le parti del mio corpo fossero molto piccole e nello stesso tempo immense. Crescendo, sono guarita dalla Velocite, è subentrata, però, la sensazione di evaporare, di perdermi, di svanire, di perdere il contatto con la realtà così com’è. Quando mi sento sola, quando non so dove siano le persone che mi legano a questo mondo, ho la sensazione di essere un palloncino che rischia di scomparire nel cielo, ho bisogno che la mia Fata Turchina faccia il suo incantesimo e comparendo mi leghi a questo mondo. La mia Fata Turchina ha i baffi ed è un uomo sensibile, ma pratico e mi ci è voluto molto per convincerlo che i miei stati di evaporazione non erano capricci molesti, ma moleste esperienze con cui combattevo ogni giorno e che solo a volte mi trovavo costretta a ricorrere al suo aiuto. Ma questa è un’altra storia.
Dopo aver letto molte pagina in compagnia di T.T. in questo ennesimo, terribile agosto, dopo aver passato giorni interi senza avere contatti con nessuno, sono arrivata ad una conclusione, o meglio ad uno spiraglio di realtà interessante, rasserenante.
Ho capito quanto sia prezioso lo scorrere del tempo: il passato, il presente e il futuro, il tempo tutto insieme, a formare la tua esperienza, a permetterti di esistere. Ho capito quanto tutto questa succeda, inesorabilmente, e che basta accorgersene per essere più tranquilli. Ho sempre percepito il presente come un incursore che spara su di te eliminando il passato. Tutto può rinascere in ogni istante, tutto può svanire. Gli altri, i miei legami, quelle persone che contro ogni mia previsione profonda, restavano, sono restati erano tutto ciò che rendeva la mia vita un procedere dal passato al presente, forse verso il futuro, ma io, da sola, non riuscivo a percepire la realtà del tempo. Leggendo Murakami e poi Terzani, ho visto altre vite, ed è stata una grande lezione. Murakami, come me, ha bisogno di quei preziosi e rari legami per avere accesso al presente, nella sua brillantezza. Murakami, come me, ha accesso a diversi mondi temporali e da solo non riesce a sentirsi a casa in nessun luogo. Lievemente, da Giapponese qual è, aspetta che qualcuno arrivi e gli apra le porte di un mondo di cui lui non ha le chiavi. Condividere la stessa difficoltà nel vivere con qualcuno, è un passo importante. Ti fa sentire più forte la tua natura di essere umano, di dà spunti per capire ciò che ti succede e quale sia la direzione in cui cercare. Tiziano Terzani, solo alla fine si è trovato a farsi domande sulla propria natura e intanto ha vissuto, ha vissuto la Storia, l’ha cercata, annusata, ha lasciato che gli stravolgesse l’esistenza, l’ha cercata poi in tutto ciò che la vita gli aveva regalato, ha cercato il filo della Sua storia. Ha sempre vissuto nel tempo, nel cambiamento come nella sedimentazione, e con questo ha avuto in dono la varietà, la molteplicità dell’esistenza. Ho creduto di vedere nella sua vita quest’insegnamento, lo stesso che è racchiuso nelle pagine di Dance Dance Dance: solo se accetti che la tua esperienza si snodi nello scorrere di questo universo temporale, in cui il passato, il presente e il futuro sono collegati con un ritmo ben preciso, solo se danzi, solo se non smetti di danzare al ritmo del tempo che scorre, troverai la strada che ti conduce alla realtà, quella realtà brillante, piena di luce che illumina le mille sfaccettature di cui è composta.
La Fatina della Rete al lavoro per rinsaldare un’amicizia: www.gruppostatus.com

Il primo sito a cui ho lavorato è una coopruzione Sorelle Pavese. Antonella, webmaster del blog che state visitando, ha creato la home page in wordpress e ha acquistato il dominio, io ho creato le altre pagine in menù con blogspot.
Ma cominciamo dall’inizio.
Anche quella volta era agosto, a Roma non c’era nessuno, Chiara passava le sue vacanze con il papà e io mi sentivo terribilmente sola. Anche Dino era lontano, sperduto in un campus della Pennsylvania a insegnare italiano a giovani jankees. Dino è il mio amico del cuore, anche se non risponde mai quando gli telefono. Non mi richiama neanche… Passiamo mesi senza sentirci e vederci, comunque resta il mio amico del cuore. Il tipetto mesi prima era stato in Kenya, a curarsi il cuore e la mente devastata da una festa a sorpresa peri suoi 40 anni. Il 40° compleanno è duro per molti, impone bilanci e spesso deforma il viso cospargendolo di rughe, borse, e strani incavi che non ricordavi di avere, mentre le masse adipose del tuo corpo decidono che il loro posto non è più sul tuo bel sederone o sulle tue cosce, ma intorno al tuo ombellico, che prima di allora ostentava una piattezza adolescenziale. Bhe, per Dino tutto questo è stato un cataclisma e ha avuto vari risvolti, tra cui il suo viaggio in Africa.
Ospitato da un’erediteria marchigiana in una città del Kenya sulle rive del Lago Vittoria, Dino ha trovato finalmente l’ispirazione per dare sfogo al suo temperamente artistico, scattando una serie di ritratti ai cilotassisti del posto: i Boda-Boda. Le sue foto erano belle e quando le ho viste ho deciso che il mondo doveva conoscere il suo talento e che sarei stata io a rendere possibile l’incontro. Mi iscrissi allora all’Università Gregoriana. Quando faccio qualcosa mi piace partire dall’inizio, e l’inizio da millenni è stato ricercato in quel Verbo che esiste al principio, prima che il Tempo comparisse all’orizzonte. Scelsi il corso di Studi Interreligiosi, lì avrei appreso qualche elemento in più sulla religione cristiana e sull’Islam ( la Creazione nella Bibbia e nel Corano, interessantissimo!) e, soprattutto, avrei conosciuto il professor Martin Nkafu, docente di molte materie, e custode di un’antica sapienza. Con lui ho appreso l’ ABC del pensiero africano e ho scoperto il caledoscopico processo di formazione dell’identità che si genera dal concetto di Ubunto. Tramite questo concetto l’individuo scopre la propria umanità, la propria identità umana, nello sguardo che l’altro gli rimanda di sé e nell’occasione che l’altro gli dà di agire con generosità e altruismo.
L’Ubunto allora, non era altro che la trasposizione africana di Danny The Dog!Lo svelamento di sé nello sguardo dell’altro. E il bisogno che abbiamo dell’altro e del suo riconoscimento non era altro che l’esigenza profonda di vedere riconosciuto il nostro Status, i nostri talenti, che poggiano sulla nostra natura più pura e profonda.
Il Gruppo Status era nato. Dino avrebbe avuto la sua mostra e Nkafu sarebbe stato il relatore. Io l’avrei organizzata, curata e presentata. E così è stato. Nella realtà come nella rete!
La Fatina della Rete

E’ molto tempo che non scrivo più su questo sito. E’ che ho avuto un gran da fare, sempre in giro per la Rete. Crea un sito di qua, crea un sito di là… Qualsiasi idea mi venisse in mente si trasformava in men che non i dica in una nuova pagina web. Ho creato siti per rinsaldare amicizie, per ringraziare conoscenti, per militanza politica, per folgorazione spirituale, per improvvisi e pervicaci passioni culturali. Mi sono anche dotata di una nuova identità, quella della Fatina della Rete. Il fatto è che fare siti, utilizzando le piattaforme dei blog gratuiti è piuttosto facile. Blogspot ti permette d inserire qualsiasi cosa ti venga in mente: video, immagini, album fotografici, contatori, codici Java che magicamente fanno comparire effetti speciali - qualsiasi cosa! - e senza che tu debba conoscere nulla riguardo a linguaggi informatici o simili. WordPress all’inizio era un po’ troppo ingessato, con quest’idea del blog come un grande rullo, ma piano piano sta diventando più malleabile, se non altro ti permette di aggiornare le pagine senza dover aspettare una settimana. Perché, diciamocelo, WordPress è un po’ carente in quanto ad effetti speciali, ma in fatto di eleganza non lo batte nessuno!
E così, vagando di sito autoprodotto in sito autoprodotto, ho scoperto la mia natura caledoscopica e ovviamento ho scritto un post sull’argomento, mi cito:
La Rete dà la possibilità, a chi ama scrivere o fare foto o qualsiasi altra cosa, di mostrare ogni volta un pezzo di sé. Mostrare è un po’ come dare alla luce, come dar vita, ad ognuno di questi aspetti che dentro di noi attendono di poter vivere e agire ed entrare in contatto con il mondo che è fuori.
11 Aprile: con Mannan nel cuore
Roma, Piazza Marranella, quartiere di Tor Pignattara, manifestazione delle comunità immigrate per ricordare Abdul Mannan. Mannan è stato ucciso il 7 aprile 2006 perchè un uomo italiano non tollerava di vivere in palazzo di immigrati, non tollerava l’idea che la famiglia di Mannan avesse comprato un appartamento e portasse avanti la sua vita, così vicino a lui. Giannetto Mazza, l’assassino, è un uomo sfortunato, ha avuto la poliomielite ed è rimasto zoppo, è un uomo violento, ha già ucciso, ha la passione per armi e la polizia anni fa gli ha trovato un arsenale in casa. Le autorità erano al corrente delle le tensioni tra vicini. Sarebbe bastata una maggiore considerazione di questi fatti per evitare la morte di Mannan.
Dopo l’omicidio, Giannetto Mazza è fuggito, arma in pugno, lasciando un morto a terra e il terrore tra i famigliari di Mannan. Le forze dell’ordine non hanno garantito protezione alla famiglia neanche in questa circostanza. Prima che l’assassino fosse catturato li hanno lasciati soli, a proteggerli sono rimasti i membri della comunità bengalese che in piena notte li hanno portati via, in un posto più sicuro.
Nessuno ha ancora avuto il coraggio di dire alla moglie di Mannan che suo marito non c’è più, che non respira più. Le hanno parlato di un problema al cuore, di un ricovero in ospedale e ancora oggi lei crede che lo riabbraccerà.
Tor Pignattara è tornata a vivere con gli immigrati, con i loro bambini. Bambini nati in Italia, che parlano perfettamente italiano, che tifano per la Roma o la Lazio, ma che non sono cittadini italiani, per la legge. Tor Pignattara rivendica la sua capacità di convivenza costruita da sempre: qui, da più di 50 anni, ha trovato casa chi è venivato a cercare lavoro dal Sud, d’Italia o del Mondo. Questo è un quartiere popolare, dove lo stipendio non basta ad arrivare alla fine del mese ai bengalesi come agli italiani, ai cinesi come agli indiani. Eppure anche qui ha fatto breccia il razzismo. Il razzismo, arma che divide, si può innescare: è solo questione di tempo e ci sarà chi, più disperato, più solo, più spaventato di altri deciderà di fare del male a chi ha qualcosa di diverso da lui. L’onorevole Cossiga non ha trovato di meglio da fare il 13 marzo che inviare una “lettera aperta ai talebani” indirizzandola alla moschea di via Marranella 68, nel cuore di Tor Pignattara e la stessa moschea è stata perquisita da una decina di individui armati, volto coperto dal passamontagna, senza che nessuno esibisse un mandato. Il resto lo fa stampa, ogni giorno.
Le comunità degli immigrati vogliono che il sangue di Mannan non si perda, che il suo ricordo serva ad unire i lavoratori italiani ed immigrati, per la dignità di tutti.
Mannan vive nel nostro cuore. Siamo tutti fratelli e sorelle di Mannan. Galleria delle foto di Catherine Grau



